Auto da fé

Ho deciso di affrontare l’unico vero romanzo di Canetti, Auto da fé, e mi sono trovato davanti un Kafka logorroico, con quel surplus di grottesco che appare spesso nella letteratura tedesca, da Hoffmann a Gunther Grass, ma che si sviluppa su un substrato caratteristico anche della letteratura russa. Mi sono trovato immerso in un universo dai colori caldi e scuri, un po’ tetro, a dire il vero, come se rappresentasse una serata sordida e priva di luce.

Kafka probabilmente, se avesse scritto questo testo bizzarro, l’avrebbe ridotto della metà, da 500 a 250 pagine, rendendolo più lieve ed efficace, ma poi ne avrebbe predisposto la distruzione, come fece per altre sue opere, quelle che Max Brod salvò dall’annientamento.

Non saprei dire nemmeno se il romanzo mi sia piaciuto o meno. Ha sicuramente qualche bella pagina, annegata in un profluvio di pagine che sembrano rappresentare la biblioteca del protagonista, il fanatico sinologo Kien.

La storia non è fatta certo per appassionare il comune lettore. La follia del protagonista bibliofilo potrebbe essere apprezzata solo da bibliofili e bibliotecari. Ogni altro lettore riterrebbe la vicenda assurda e molto noiosa. Naturalmente, poi subentrano i vari complessi della critica. Di un autore come Canetti, l’autore di Massa e potere e di un’ampia autobiografia che è ritenuta tra le opere più importanti del Novecento tedesco, non si può parlar male, anche se avesse scritto una delle maggiori ciofeche della letteratura mondiale.

A rendere precario l’apprezzamento anche da parte dei bibliotecari interviene però il vezzo di Canetti di collocare le biblioteche di cui parla all’ultimo piano dei palazzi, cosa che, come molti sanno, è altamente sconsigliata, considerato l’enorme peso dei libri. Per fortuna le biblioteche canettiane sono costruzioni metaforiche e surreali. Il bibliotecario, nonostante questo, è portato a considerare l’autore con sospetto.

Per chi si lasciasse scoraggiare dalla lettura delle parti iniziali, vorrei far presente che il romanzo di Canetti è una delle numerose opere letterarie che acquistano spessore nel corso della narrazione. Di conseguenza, delle tre parti che lo compongono, la terza è la migliore, anche se alcune insistenze sul Leitmotiv dell’incendio, e sul colore rosso (pur se motivate, come vedremo), sembrano un po’ artificiose.

Non c’è da stupirsi, data la mole complessiva del romanzo, che Thomas Mann, che certo non è famoso per la leggerezza delle sue costruzioni narrative, si sia rifiutato di leggerlo, quando l’autore glielo propose. Quando il testo fu pubblicato, trovò però il coraggio di prenderlo in mano e ne ricavò un’impressione positiva.

Quello però che può costituire fonte di attrazione anche per un lettore dei nostri tempi è la rappresentazione dell’assurdità della visione umana della realtà, non molto diversa oggi rispetto ai tempi di Canetti (il mondo del Novecento prenazista). L’accecamento o abbagliamento, indicato dal titolo originale “Die Blendung”, riflette la sostanziale follia dell’uomo, esasperata nelle pagine canettiane, in cui il registro grottesco è prevalente. I miti postmoderni quale il desiderio di autodistruzione, che affiora attraverso il tema della bomba (che è già evocata, ricordiamo, nella coscienza di Zeno di Svevo). Da ricordare anche il motivo dell’assassinio, che appare come istinto o come compensazione della frustrazione umana per la finitezza della nostra esistenza e del nostro potere, e che ritroviamo già nel precursore Gide, per arrivare al Texas Highway Killer di DeLillo, all’immotivato assassinio di un celebre racconto di Carver e agli infiniti serial killer che popolano la letteratura contemporanea di consumo. Altro elemento che scopriamo in Canetti (o lo sospettiamo?) è l’inserimento di elementi che, a posteriori, appaiono come profezie o premonizioni (o semplici strane coincidenze?). Non pare di addentrarsi così in quel labirinto d’irrazionalità che oggi si è sviluppato come teoria del complotto, ma che Autori “profetici” come Canetti esprimono creando personaggi e avvenimenti che possono spingere noi, lettori posteri, a fantasticare su quel tanto di occulto che affiora in letteratura, e che ritroviamo spesso nella letteratura di autori coinvolti dal pensiero ebraico?

Divertiamoci così a reperire nel rogo dei libri e nella violenza dell’ex poliziotto Pfaff (rosso come rosso è il fuoco dell’incendio più volte evocato nel libro) prefigurazioni del futuro nazismo o nell’individuare nella figura del deforme Fischer, detto Fischerle, accanito giocatore di scacchi, la profezia della figura del futuro reale campione Bobby Fischer.

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