Il bacio al lebbroso

Un libro come Il bacio al lebbroso (le baiser au lépreux) ci mostra una realtà, la nostra realtà in un tempo non lontano, che avevamo dimenticato.

L’immagine di Noémi vestita a lutto, sepolta nel crespo, con un velo (piastra) che la copre fino alle ginocchia, è forse diversa dall’immagine delle donne islamiche che oggi tanto ci fa indignare?

La storia, come accade spesso nei romanzi di autori cattolici, è amara e desolante. Mauriac prosegue la tradizione del romanzo psicologico francese, senza lasciarsi traviare dalle intemperanze e dai compiacimenti della narrativa sentimentale. I personaggi d’altronde sono semplici e lineari, coerenti con le loro idee e con la loro formazione culturale.

Il romanzo racconta di un uomo brutto e gracile, Jean Péloueyre, impietosamente descritto nella pagina iniziale. Jean proviene da una ricca famiglia della provincia francese.

Noémi d’Artiailh è invece povera, anche se nasce da antica e nobile stirpe. Il suo fisico è sano e pieno di vita, addirittura un po’ troppo robusto, “mal squadrato”, ma con un “viso serafico”. La convenienza economica e il bene familiare spingono, anche per l’insistenza del parroco, la famiglia di questa ragazzina ad accettare il matrimonio con Jean, verso il quale lei prova fisicamente ribrezzo.

Da questo matrimonio sbagliato derivano tragiche conseguenze, attenuate da una sorta di pietà, che la giovane moglie finisce col provare per l’infelice sposo.

Piccoli personaggi, in questo breve romanzo, immersi nella tetraggine di una vita di provincia, in cerca di una grandezza che solo il gusto del sacrificio e della rinuncia saprà conferire. Martiri consapevoli e insieme condizionati di un’esistenza che è dominata da qualcosa che li sovrasta e ne reprime le forze istintuali.

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