La stanza chiusa

 

La stanza chiusa è il terzo e definitivo momento narrativo della Trilogia di New York di Paul Auster, il romanzo che dovrebbe rispondere (e a suo modo lo fa) agli interrogativi posti dai due episodi precedenti. La vicenda qui è più lineare, quasi classica. Appaiono echi della tradizione letteraria nordamericana: Melville (l’imbarco e le esperienze marittime di Fanshawe), Hawthorne, dal cui primo insoddisfacente romanzo è tratto il nome di Fanshawe, e Henry James, di cui ritroviamo il senso misterioso della scrittura (La cifra nel tappeto) e il tema dell’incarico (quello affidato all’istitutrice di Giro di vite). In Auster il tema è centrale per lo svolgimento della trama. L’investigatore, vero o surrettizio, riceve l’incarico di sorvegliare un personaggio oppure di proteggerlo.
L’altro tema evidente, quello dell’autore scomparso nel nulla è invece un topos austeriano, che il nostro autore riprende nel Libro delle illusioni, in cui ricorrono anche altri elementi di gusto poliziesco. Si ha quasi l’impressione che le ricorrenze nei suoi libri, che riappaiono come un Leitmotiv wagneriano, intendano creare un’immagine di sostanziale unità della produzione dello scrittore, come se costituissero un unico enorme romanzo.
L’utilizzo di contenuti caratteristici del romanzo d’investigazione, che in Auster è ricerca di significato e identità, avvicina il nostro autore a un altro grande protagonista letterario, Samuel Beckett, inventore tra l’altro di un’altra trilogia narrativa.
Tornando alla trilogia e al suo testo conclusivo, possiamo dire che il senso della storia nel suo complesso è il nichilismo o, peggio, la condanna all’indeterminazione, al non senso, dell’essere, che si muove verso il suo stesso “totale annullamento”. Una risposta, quella di Auster, che è una non-risposta, una verità continuamente e pervicacemente contraddetta.
Questa sconcertante verità è simboleggiata dal taccuino dalla copertina rossa in cui ogni frase è contraddetta dalla frase successiva.
Il senso della vita, quindi, è questo non senso. È come se l’uomo vivesse in una stanza chiusa, lontano dalla vera realtà.
L’altra presenza che però traspare attraverso le pagine di Auster è quella di Franz Kafka, vero punto di riferimento di gran parte della letteratura del secondo Novecento, non solo nella letteratura tedesca, che kafkeggia in maniera anche troppo evidente. A Kafka Auster si sente vicino anche per le comuni origini ebraiche che emergono soprattutto nella visione angosciosa dell’esistenza e per lo strano e tragico rapporto con il concetto di padre-Dio. Una figura che condanna, in Kafka, e che in Auster, dichiaratamente ateo, si manifesta come forza assurda e incomprensibile, che genera angoscia, per il suo dominio distante dalla logica umana.
La realtà è indecifrabile. Tutto quello che se ne può raccontare è contraddittorio e, indipendentemente dal suo valore, può essere a buona ragione distrutto, come il quaderno di appunti di Fanshawe, le cui pagine vengono appallottolate e gettate in un bidone della spazzatura.

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