Hemingway e da Verona

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Hemingway pubblicò il suo primo romanzo, Fiesta, nel 1926, dopo aver trascorso vari anni in Europa. La sua conoscenza dell’Italia,della Francia e della Spagna, era diretta e approfondita e sappiamo che fu l’esperienza vissuta sul fronte italiano durante la Prima Guerra Mondiale a ispirargli una delle sue opere più popolari, Addio alle armi.

Si è detto che lo scrittore americano abbia tratto ispirazione per Fiesta dalla diretta visione del crudele spettacolo delle corride e certamente la diretta conoscenza dell’argomento trattato è visibile nelle scene dedicate al mondo dei toreador e degli aficionados. Ma un’altra fonte, questa volta letteraria, potrebbe emergere nella genesi dell’opera hemingwaiana.

Era presente in quegli anni in Italia uno scrittore che godeva di enorme successo di pubblico: era addirittura l’autore più letto tra gli autori italiani. Questo autore era Guido Verona, nome che mutò in quello più raffinato di Guido da Verona, con cui viene ancor oggi ricordato nel mondo delle lettere. Ricordato dagli specialisti di letteratura e dagli studiosi di costume, perché oggi difficilmente si potrebbe trovare un comune lettore che ne ricordi il nome.
Sicuramente, pesarono negativamente sulla valutazione della figura di Guido da Verona l’adesione al fascismo e la creazione di opere datate, legate al gusto dannunziano dei suoi tempi, e non più proponibili in un contesto culturale come quello del secondo Novecento. Lo stesso fascismo ufficiale, d’altra parte, l’aveva osteggiato nei suoi ultimi anni per il suo atteggiamento anticonformista nei confronti della morale corrente e della chiesa cattolica. La sua ostentata esterofilia e l’origine ebraica ne causarono la definitiva caduta, dopo le leggi razziali. Sulla sua fine (1939) sono state avanzate varie ipotesi, dalla malattia al suicidio.
Ebbene, questo volgarizzatore del verbo dannunziano, questo abile compositore di opere sovraccariche di orpelli estetici e di ostentata licenziosità, pubblicò uno dei suoi più importanti romanzi, Sciogli la treccia, Maria Maddalena, nel 1920, sei anni prima di Fiesta, anticipando vari elementi che sarebbero apparsi nel lavoro di Hemingway.
Se analizziamo Fiesta in comparazione con la Maddalena di da Verona, non possiamo evitare di notare alcune sostanziali corrispondenze, che potrebbero far presumere che lo scrittore americano, al suo primo romanzo, abbia inteso utilizzare elementi ricavati da un romanzo di successo, di cui fosse casualmente venuto a conoscenza.

Le storie, innanzi tutto, sono molto simili
1. Un gruppo di conoscenti si reca in Spagna, dove assiste allo spettacolo della corrida. Il gruppo è formato, nell’autore italiano, da ricchi viveurs e dalle loro mantenute, dediti alla passione per il gioco e per una vita di piaceri; mentre, nell’americano, è costituito da giornalisti, scrittori e bohémiens, amanti dell’alcol e di una vita errabonda.
2. Il protagonista non concretizza il suo rapporto amoroso, per l’impotenza causata da una ferita di guerra nel personaggio maschile di Hemingway, per la strana condizione di démi-vierge di Madlene in Guido da Verona, che si risolve solo nel finale.
3. L’amante in carica di Brett, la protagonista di Fiesta, ha la medesima funzione (anche se ben diverso fisico) dell’amante di Madlene, nel romanzo italiano.
4. Lo spazio fisico è il medesimo: la Spagna settentrionale, le provincie basche, San Sebastian in Guido da Verona, Pamplona in Hemingway.
5. La rappresentazione della corrida è uno dei momenti fondamentali dei due romanzi, anche se nello scrittore italiano verrà affiancata dalla descrizione della lotta di galli e da quella delle folle di Lourdes.
6. Madlene, come Brett, è una donna libera e ricca, poco sensibile ai condizionamenti della morale borghese.

Queste quindi le somiglianze, ma importanti anche i segnali di sostanziale diversità.
Guido da Verona rivive a suo modo esperienze dannunziane, dei romanzi, ma più dell’esasperato naturalismo delle Novelle della Pescara, anche se in qualche misura le scene di violenza risultano ancora più crude e squillanti di quelle del suo ispiratore. Ci si avvia già a una rappresentazione più vivace e moderna, mentre D’Annunzio rivestiva anche l’orrore e la brutalità di manti di lirica e involuta estetizzazione. L’impianto rimane però quello di una costruzione volutamente decadente, con varie concessioni al quadretto pittoresco, di genere, e a un’ironia da viveur che parrebbe derivata dai romanzi francesi di costume.
Hemingway crea invece il miracolo di costruire con lo stesso materiale usato dallo scrittore italiano un ambiente decisamente moderno e di far rinascere i personaggi con nuove forme e con diverso spirito. Sicuramente sovrappone ai caratteri un po’ convenzionali del canovaccio di da Verona la descrizione realistica, o quanto meno credibile, delle persone da lui realmente frequentate durante il suo soggiorno europeo.
Se Madlen era uno stereotipo, la femme fatale rappresentata in tanta letteratura del decadentismo, Brett è uno dei più affascinanti personaggi del romanzo del Novecento.
Quello che era un romanzo dannunziano, condito con salsa francese, da cronista mondano, un po’ trasgressivo e piccante, diventa un reportage realistico e disincantato, che apre la strada alla narrativa finalmente e compiutamente tuffata nei mari culturali del Novecento.

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