Cosmopolis

Mentre il fondamentale libro di Don DeLillo, Underworld, è un romanzo enunciativo, epico, ricco di riferimenti contrastanti, a suo modo organizzato da leggi compositive interne, Cosmopolis è un testo kafkiano, dominato dall’ombra e dal desiderio di autodistruzione.

Già dalle prime pagine, si nota una tendenza alla letterarietà che conduce l’autore alla ricerca di frasi di gusto lirico, di una forma intenzionalmente elegante e di accostamenti originali, a detrimento naturalmente della spontaneità. Cosmopolis è volutamente e dichiaratamente un incubo postmoderno, claustrofobico e privo di soluzione, se non tragica e ineluttabile, come in una tragedia greca o nel teatro elisabettiano.

Detto questo, bisogna confessare che DeLillo, nella probabile derivazione da Kafka, inevitabile punto di riferimento di molti autori dei nostri tempi, non conserva molto della lucidità e del rigore kafkiani. Se confrontiamo la logica e perfetta (quasi classica) freddezza dell’andamento onirico in opere come Il processo o Nella colonia penale, vediamo che in Cosmopolis questa logica si sfalda, soprattutto nel finale rallentato e inefficace, che vorrebbe assomigliare al duello conclusivo dei western (ricordiamo quelli, esemplari, dei film di Sergio Leone), ma diviene soltanto un lento divagare alla ricerca di una motivazione inesistente. L’incontro tra Eric, il miliardario protagonista del romanzo, e il suo assassino, che Kafka avrebbe descritto con pochi fondamentali tratti e con efficacia chirurgica, si trasforma in un lungo e noioso dialogo, volto a giustificare qualcosa che razionalmente non può avere giustificazione. Kafka non prova nemmeno a descrivere il dio che s’incarna nella Legge che è forse la stessa laica e assurda divinità, DeLillo invece vuole scendere in profondità, senza riuscirvi in pieno. Ci racconta nel finale lo straordinario potere dell’anomalia, dello scarto casuale dalla norma, quello in definitiva che causa il crollo economico e psicologico di Eric, ma in questo tentativo di razionale esposizione del reale si spinge forse troppo in là. Si rimpiangono alla fine le belle pagine dedicate dallo stesso DeLillo in Underworld al Texas Highway Killer, ma anche il violentatore assassino del racconto di Carver Dì alle donne che usciamo, tutti quei comportamenti immotivati e devianti che riflettono la spaventosa casualità dell’universo, la divina ferocia dell’ordine naturale delle cose.

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