I vampiri di King

 

Il gusto della riproposizione e il vantaggio della riesumazione sono probabilmente all’origine del successo di questo romanzo di Stephen King, che gioca dichiaratamente su un terreno sicuro e familiare, creando una sorta di collage di esperienze narrative e visuali ben conosciute.
Aver scelto come coprotagonista della storia un ragazzino mostra chiaramente che il pubblico di riferimento del romanzo sia quello adolescenziale e postadolescenziale, proveniente dalla lettura dei fumetti. Più che a Poe, a Mary Shelley o a Bram Stoker, sembra che l’autore guardi a Stevenson o a Dickens, in cui spesso intervengono personaggi giovanissimi. Lo straordinario successo dei romanzi di Stevenson, come L’isola del tesoro o Rapito, o di quelli dickensiani, ci mostra che, oggi come nell’Ottocento, questa scelta di pubblico è stata felice. D’altra parte, l’effetto di giro di vite creato dall’inserire bambini e adolescenti in una vicenda dai toni drammatici o di argomento soprannaturale è ben noto. Ne era consapevole Henry James, così come l’autore di uno dei più famosi thriller degli anni Sessanta, La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter di Davis Grubb). Il proliferare delle opere del filone horror adolescenziale posteriori a questi primi libri di King, nel romanzo come nel cinema, mostrano che King (come Stevenson) aveva ragione. Non bisogna dimenticare però che alle origini della produzione horror troviamo una fonte rilevante nelle fiabe, brulicanti di giovani protagonisti, di mostri e di sangue.
Il tema della casa infestata, sede di forze malefiche, era già diventato ormai tradizionale quando King decise di utilizzarlo. Dopo la casa Usher o Giro di vite, il soggetto risultava già ampiamente sfruttato. Si può ricordare Ballata macabra (Burnt offerings) di Marasco, da cui il film di Dan Curtis con una Karen Black indimenticabile, perfettamente intonata al personaggio. Bisogna obbligatoriamente menzionare L’incubo di Hill house (La maledizione della casa sulla collina) di Shirley Jackson, perché citato espressamente da King. Anche il tema della misteriosa scomparsa di famiglie o di intere comunità non era nuovo. Ne troviamo un bell’esempio nella storia della fattoria Battle, ne I pascoli del cielo di Steinbeck, ma King amplifica la narrazione, traendo spunto dalle reali vicende delle numerose ghost town americane.
Non mancano gli “effetti speciali”, come le agonie dei vampiri, descritte con dovizia di particolari e che durano almeno quanto quelle delle eroine di un melodramma. Si rimpiange a questo punto la sobria ed efficace narrazione della dissoluzione del sig, Valdemar nel classico racconto di Poe, che veramente colpisce il lettore e lo segna molto più dei grotteschi contorcimenti dei vampiri di King, malgrado il robusto impegno dello scrittore nel tentativo di costruire pezzi (almeno tre) di bravura, o che almeno così vorrebbero apparire. Da notare che, nella morte del vampiro Barlow, si parla di “testa calva”, che era invece una caratteristica del suo aiutante Straker. Barlow al contrario godeva di un aspetto giovanile e di una folta capigliatura imbrillantinata, pettinata “all’indietro” e “del tutto fuori moda”.
Anche altri particolari sembrano un po’ approssimativi.
Il personaggio di Mark, presentato come un adolescente, che risulta in grado di dare una lezione al bullo della scuola e persino di ammazzare a colpi di tubo metallico l’aiutante energumeno del maestro vampiro, poi si trasforma in un bambino, così piccolo da non riuscire a raggiungere i pedali della macchina con cui tenta la fuga. Sembra che l’autore, nel privilegiare l’azione, finisca col non aver ben chiare le caratteristiche dei suoi personaggi.
Nell’epilogo si dice che i vampiri di Salem, se perdono i loro rifugi, la notte successiva saranno costretti a nascondersi male. Qui l’incongruenza è evidente, perché il lettore sa che i vampiri si nascondono di giorno, e non di notte. Deve trattarsi di un lapsus narrativo. Solo che lapsus e incongruenze di questo tipo non sono ammissibili in testi che vorrebbero porsi come classici della letteratura fantastica e ci si stupisce che siano sopravvissuti al vaglio critico di editor solitamente invasivi come quelli novecenteschi.
Dopo aver e denunciato i difetti di questo prodotto kinghesco, vale la pena di individuarne anche i pregi.
Come mi è già capitato di osservare in altre narrazioni di King, soprattutto in quelle non legate al soprannaturale, la descrizione della vita della provincia americana, dei suoi personaggi e dei loro piccoli e grandi problemi, diventa il vero humus del racconto. King è un buon descrittore della realtà che ha trovato modo di ottenere successo attraverso il romanzo di genere, ma che s’inserisce molto bene nella tradizione realistica americana. Per questo le parte realistica del suo lavoro è probabilmente la più interessante e valida. Funzionale a questa caratterizzazione realistica è l’articolazione del testo in capitoli brevi, che consentono la creazione di una storia corale, senza far perdere ritmo allo sviluppo della trama. In contrasto con questa accentuazione e caratterizzazione realistica si colloca invece la componente ludica e simbolica, che pure risulta fondamentale. In questa prospettiva, il ragazzino costruttore di mostri (Mark Petrie) si rivela quale l’alter ego dell’autore, che a sua volta è rappresentato dal protagonista, lo scrittore Ben Mears. L’adulto razionale e il ‘fanciullino’ si uniscono e, attraverso il gioco della fantasia, tornano nella terra dell’infanzia per liberarsi una volta per tutte dei vecchi incubi.
Come si vede, nulla di eccezionale, né di particolarmente sconvolgente, anzi molto di prevedibile e addirittura di scontato. Nonostante questi limiti, il libro risulta di piacevole lettura e lo si può apprezzare nella sua giusta dimensione, a patto di non ostinarsi a ricercarvi il capolavoro, che naturalmente non è, né pretende di essere.

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