L’amore di Ceronetti

Non è un grande romanzo questa prova di romance di Ceronetti. Lo stile non conosce efficacia narrativa. Troppi ammiccamenti, troppi riferimenti culturali inessenziali rendono il libro, com’era prevedibile, troppo ricco per essere letto con piacere. Inoltre, addirittura inspiegabili sono le cadute di gusto che in vari momenti si evidenziano e che sarebbe stato facile evitare.

La trama diventa, come spesso avviene nei lavori di letterati-pensatori, quali ne abbiamo avuti in abbondanza in Italia, esperimento di creazione di un tessuto che consenta di esercitare l’arte della bella scrittura. Raccontare davvero è un’altra cosa.

Il pensatore-letterato o letterato-pensatore rimane saggista nel suo intimo, gioca a fare il narratore, senza che la sua storia nasca da un prepotente bisogno di narrare. Può divertirsi, ed è anche comprensibile che lo faccia, a tentare strade diverse da quelle più congeniali, ma questo non obbliga i suoi lettori a concedergli applausi a scena aperta. Pur se appaiono, anche in questo libro, pagine belle e luminose, ci si rende conto che la qualità complessiva delle opere di carattere saggistico dello stesso autore è molto più alta, e che in quei libri, in quelle raccolte di scritti vari e succosi si può trovare il Ceronetti migliore e più originale, in cui quasi ogni frase è occasione di crescita culturale per chi legge.

La bizzarria della vicenda, che potrebbe sembrare un omaggio a una diffusa deriva postmoderna della narrativa, in realtà ha un precedente ben individuabile nel Simone di Stuparich, libro unico e duplice, giocato sui due distinti piani della storia d’amore e dell’invasione aliena. Qualcosa nella figura della protagonista femminile mi ha fatto pensare invece a Nadja di Breton, da cui riprende quasi il nome. L’atmosfera, per quanto la storia, rispetto a quella di Breton, sia ambientata in un’altra area geografica, mi pare un debito alla tradizione del surrealismo francese. Come in Breton, anche in Ceronetti assume particolare rilevanza la citazione di personaggi reali della vita culturale dell’epoca rappresentata, la fine degli anni Cinquanta.

Ho già espresso più volte la convinzione che questi riferimenti storici siano funzionali all’esigenza di dare credibilità alla vicenda e renderla, per così dire, appetibile a un pubblico come quello italiano, particolarmente incline a considerare valido e superiore rispetto alla narrazione di mera fantasia, il racconto che appaia ancorato a fatti storici e a personaggi realmente esistiti. Questa narrativa di confine tra genere fantastico e biografia è ampiamente rappresentata nella letteratura italiana degli ultimi decenni e tende a rafforzarsi, confortata dal favore del pubblico e tende quasi a saldarsi con la letteratura cosiddetta “civile”, più legata alla cronaca e a fatti e misfatti della storia recente. Si tratta in quest’ultimo caso di forme di giornalismo che sconfinano nel romanzo.

Molto diversa dall’operazione qui tentata da Ceronetti è quella sviluppata per esempio da Baricco in Castelli di rabbia, in cui appare, come figura integrata nel plot, un personaggio realmente esistito, l’architetto Hector Horeau. Allo stesso modo il personaggio di Hoover interviene, come elemento rilevante nel processo narrativo, in Underworld di DeLillo.

Confesso che, terminata la lettura del romanzo, ho sentito il bisogno di riprendere una vecchia raccolta di scritti di Ceronetti (La vita apparente), per rivivere meglio contenuti e forme preziosi e culturalmente stimolanti. Unico appunto è la particolare antipatia per il le, sostituito dal gli, in riferimento a un soggetto femminile: contribuirà pure a semplificare la grammatica italiana, ma per un vecchio italianista è come un cazzotto nello stomaco.

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