L’arcobaleno di Pynchon

Si può essere irriverenti e alternativi senza usare le armi del trash, del pessimo gusto, della contaminazione, della totale alienazione, mantenendo ancora qualche briciolo di coscienza e di umanità?
Pynchon e i suoi compagni ed epigoni ritengono di no. L’irriverenza deve essere totale e assoluta, giungere fino ai suoi esiti più folli e imprevedibili.
Se D’Annunzio o Da Verona e Pitigrilli potevano giocare a épater les bourgeois, costruendo la loro fortuna commerciale sulla trasgressione, se simili operazioni potevano avere ancora un senso ai tempi del beat e degli hippies, oggi che non ci sono più borghesi da scandalizzare, può essere ancora attuale la sistematica dissoluzione della storia e della morale operata da alcuni autori postmoderni?
L’arcobaleno della gravità è il lussureggiante esempio, il migliore e più ricco esempio di corsa verso un’esistenza ludopatica, infarcità di bestialità e assurdo.
Il trash è mescolato con una creatività immaginifica e linguistica degna della miglior letteratura d’élite, mediante inserzioni che fanno riferimento alla cultura scientifica, alla cultura musicale alta, ma anche al pop e al jazz, a tutto quello che di elevato e di infimo la nostra cultura ha prodotto nel corso dei secoli.
La parodia è dominante. Le orge raccontate non sembrano forse la parodia di quell’ossessiva catena di corpi sessualmente connessi, di quell’incredibile macchina del piacere che descrive Sade? La droga sembra il massimo comun denominatore dell’azione, in una cavalcata ludica il cui fine ultimo è la distruzione, l’allegro morire, l’allegro dissolversi, in un pot-pourri di orrori evocati, ma non veramente raccontati in modo realistico ed efficace, tanto si sa che è un gioco, uno spettacolo circense, di cui altri muovono le fila. I riferimenti alle culture e alle controculture abbondano. La storia è un’ipergemmazione di storie, di personaggi, di episodi, che percorre l’intero testo, all’ombra di uno sfuggente protagonista, il razzo, da smontare e rimontare, seguendo le incredibili avventure di Slothrop, smembrato come Osiride, così come il razzo è, forse, l’immagine moderna del mitico fallo di Osiride.
Il testo non è ovviamente un romanzo, o meglio non è il romanzo come eravamo abituati a leggerlo, almeno prima degli anni Settanta. Si tratta piuttosto di una via di mezzo tra il musical, l’opera rock, il poema eroicomico, il surrealismo pornografico della cultura alternativa. L’operazione è, come si vede, paurosamente elitaria, come fondamentalmente elitario è insistere su un linguaggio programmaticamente scandaloso, ma nel contempo, arduo e raffinato, su contenuti di tanto difficile comprensione, che si rivolgono a un pubblico di adepti, basandosi su un’inventiva e a un’inusuale capacità di costruire poesia con gli strumenti della prosa. Prosecuzione dell’esperienza di iperfetazione linguistica e dei comico-tragici sberleffi cui ci aveva abituato Joyce, che probabilmente aveva trovato a sua volta degna ispirazione nell’ibseniano Peer Gynt, ma ancor prima in tutte le manifestazioni letterarie di carattere grottesco.
L’operazione è però anche squisitamente commerciale.
La nobilitazione culta della pornografia ha sempre pagato. Ha consentito agli intellettuali di scaricare le proprie pulsioni perverse attraverso un prodotto di qualità, che faccia precipitare nel fondo del wok ogni senso di colpa. La perversione diventa arte, divertimento; l’alienazione diventa gioco. Il successo di un prodotto di questo tipo presso gli intellettuali è garantito, e poiché gli intellettuali di solito leggono, anche il successo commerciale è assicurato. I pareri degli intellettuali poi fanno testo, vengono diffusi attraverso articoli critici, interviste, immagini, filmati, influenzano la cultura di massa e la costruiscono. Così un libro diventa Il libro (e la stessa esaltazione si indirizzerà poi verso altri simili romanzi, ascrivibili alla stessa moda letteraria).
Non voglio sostenere con questo che il libro fondamentale di Pynchon non sia un grande libro, che non possa comunicare messaggi importanti, se non addirittura sconcertanti, che non sia un’opera di notevole peso (non solo per l’indubbia lunghezza) e che non valga la pena di leggerla, se si ha il coraggio di farlo. Quello che vorrei obiettare, ai santificatori di Pynchon, è che non bisogna far credere che un’opera come questa, con tutti i suoi derivati, sia la più perfetta rappresentante della nostra epoca.
Il nostro mondo, con la sua complessità, con la sua perdita di valori e di certezze, non è soltanto un mondo di burattini, più o meno pesantemente dominati da occulti poteri. La maggior parte delle persone reali ha una vita, spesso tormentata, qualche volta squallida, dominata dall’egoismo, dalla sete di denaro, dal terrore delle malattie, della morte e della povertà; ma qualche volta anche capace di immotivato altruismo, di sentimenti profondi, di desiderio di conoscenza, di voglia di comunicare. Anche questa gente, con i suoi desideri, la sua timidezza, le sue pulsioni, il suo oscillare tra il bene e il male, merita di trovare riscontro in una letteratura, in un’arte che la rappresentino e la descrivano, merita di riconoscersi in un prodotto intellettuale, ma senza che questo significhi tornare a Flaubert e Dostoevskij, a Dickens o a Victor Hugo. Qualcosa dovrà pure salvarsi della nostra civiltà, dopo la dissoluzione sistematica operata dal postmodernismo, dopo la celebrazione di una cultura tossicodipendente e autodistruttiva. Da qualcosa di vivo e vero dovremo pure partire, per costruire una nuova speranza, per non risvegliarci nel mondo di Pitigrilli, o magari in quello ancora più angoscioso di Orwell o (per finire) in quello beffardamente e orribilmente divertente di Pynchon.

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