La casa sotto il mare

Tra i tanti libri che mia nonna leggeva con passione, accanto ai suoi amati romanzi sentimentali, caratterizzati dal classico happy end, trovavano posto, in biblioteca, alcuni graziosi fascicoli dalla copertina illustrata di gusto rétro: erano i fascicoli del Romanzo mensile. Si trattava di storie di sapore fantastico, in cui si mescolavano avventure e fantascienza, spionaggio e vicende poliziesche. Nella raccolta erano pubblicate opere di Conan Doyle, Maurice Leblanc, Gaston Leroux, William Le Queux, Richard Marsh, Jean de La Hire, Sheridan Le Fanu, Max Pemberton e tanti altri autori di vicende impossibili e nello stesso tempo romantiche.

Ricordo ancora La casa sotto il mare, di Pemberton, come uno dei libri più affascinanti che mi capitò di leggere da ragazzino, ed è stato con gran piacere che ho ritrovato questa storia sul web, in versione originale. L’ho scaricata, insieme con un’altra celebre storia piratesca dello stesso autore, The iron pirate, che fu il suo primo romanzo.

Le vicende di pirati moderni sono un Leitmotiv della produzione di questo scrittore inglese, che ebbe straordinaria fortuna a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Rispetto alla storia di Black, the iron pirate, ardito criminale che si ispira un po’ troppo alle gesta del capitano Nemo di Verne, La casa sotto il mare appare più originale e riesce nell’impresa di creare un’atmosfera quasi di sapore onirico. Il fascino dell’isola di Ken e delle sue misteriose e pericolose nebbie prevale sulla vicenda e sui suoi personaggi. La natura, con la sua bellezza e la sua crudeltà, è la vera protagonista del romanzo, la cui trama sarebbe altrimenti troppo esile per essere degna di menzione. Come di tante altre isole della fantascienza, dall’isola misteriosa di Verne a quella di Lost, si cercherebbe inutilmente di localizzarla su una carta geografica. Si tratta di luoghi fantastici, quasi come l’isola che non c’è del Peter Pan di James Matthew Barrie, libro pubblicato nello stesso anno (il 1902) del libro di Pemberton.

La cosa strana è che, rileggendola oggi, la storia sembra non aver perduto il suo fascino, che deriva forse proprio dal sapore di avventure di altri tempi. La scienza ha ormai risolto i misteri della malattia del sonno, ma il lettore di Pemberton non si fa coinvolgere da alcuna spiegazione razionale. Le misteriose nebbie dell’isola di Ken sono altra cosa: una straordinaria calamità naturale che ancora ai giorni nostri potrebbe colpire i visitatori di questa incredibile terra tropicale, i cui stagni albergano orribili serpenti e nel cui mare vivono polpi giganteschi, degni dei Lavoratori del mare di Victor Hugo. L’universo creato dallo scrittore con la sua abilità descrittiva ha una sua coerenza che lo rende credibile, al di là di ogni evidente assurdità.

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