Utopismi

Che cos’è l’ utopia ?

È – secondo il dizionario Treccani – la “formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello”, ma anche, per estensione, un “ideale, speranza, progetto, aspirazione che non può avere attuazione”.

Il termine, come è noto, viene coniato da Thomas Moore nella sua opera omonima del 1516, anche se le utopie c’ erano già da prima, basti pensare alla Repubblica di Platone. Tuttavia, è solo in epoca moderna che nasce un vero e proprio genere letterario.

Un’ utopia sarebbe – etimologicamente – un “non luogo”, vale a dire un posto immaginario, inesistente, un’ “isola che non c’è”, direbbe Bennato. Ma in realtà ciò che viene di norma descritto nella letteratura utopistica è più propriamente un “buon luogo”, un’ “eutopia”, come la definì lo storico Barzun.

È un progetto sociale e politico, un’ idea di comunità che, tramite un’ opportuna ingegneria sociale, potrebbe infine dare luogo ad una società giusta.

Tipicamente, un’ utopia contiene una serie di dettagli molto realistici e precisi, proprio per dare l’ idea che si tratti di un luogo assolutamente reale, a cui si può giungere realmente come realmente sostiene di esservi giunto l’ autore. E di solito nella finzione letteraria c’è di mezzo un naufragio, il che consente di mantenere una certa vaghezza nella localizzazione geografica del luogo, e spesso in modo altrettanto fortunoso il protagonista se ne allontana per tornare a casa e raccontare quello che ha visto.

Tuttavia, intrecciati agli elementi realistici, l’ utopista introduce elementi totalmente, platealmente fantastici, a giustificare il fatto che in quel luogo (rivendicato come “reale”) le cose sono andate diversamente da come sono andate in ogni altra società umana. Spesso, sono proprio gli abitanti del luogo, quelli diversi e per certi versi “alieni”, e questo aiuta a fare accettare che le cose siano andate per l’ appunto diversamente dal solito.

È proprio questa particolare combinazione “surreale” di elementi concreti, concretissimi con altri del tutto fantastici a creare l’ atmosfera tipica del racconto utopistico.

Cercando tutt’ altro sono di recente incappato in un curioso passo di Diodoro Siculo, che nel breve spazio di un paio di pagine comprime tutti i “topoi” della letteratura utopistica, anticipando di quindici secoli l’ isola di Thomas Moore e di diciassette i viaggi di Gulliver.

Il testo originale di Diodoro Siculo lo trovate a pag. 3 e 4 qui.

E’ un vero e proprio viaggio di Gulliver in due pagine due, e risale al I secolo a.C !

Il protagonista della storia è un mercante di nome Giambulo, rapito dai briganti etiopi e costretto, insieme ad un compagno, a prendere il mare su una barca a remi. Dopo quattro mesi di navigazione, i due approdano ad un’ isola.

Come da canone (ante litteram) della letteratura utopistica, la descrizione dell’ isola è ricca di dettagli assai realistici. L’ isola, ci assicura Diodoro Siculo, “che è stata scoperta nell’ Oceano a meridione”, “era di forma circolare, e con un perimetro di circa 5000 stadi”, che vuole dire circa quasi 300 km di diametro, poco meno dell’ Irlanda, e più o meno le dimensioni di Sri Lanka, con cui qualcuno l’ ha voluta identificare. Non proprio un’ isoletta, insomma. Per di più “queste isole erano sette, simili per grandezza e a uguale distanza le une dalle altre”. Le Isole del Sole, altro che Campanella con la sua cittadella !

L’ isola di Giambulo ha “clima estremamente temperato, in quanto abitavano all’ equatore”, e “presso di loro il giorno è sempre pari alla notte, e a mezzogiorno presso di loro non c’ è ombra di niente, per il fatto che il sole è allo zenit”. Precisione geografica e astronomica.

E ancora “Il paese possiede molte cose per il loro sostentamento: per la buona qualità del suolo e per la mitezza del clima” e “Ci sono anche sorgenti abbondanti, alcune d’acqua calda, ben adatte per farvi il bagno e togliere la stanchezza, altre d’acqua fredda, eccellenti per la loro dolcezza, che possono giovare alla salute”. Va bene. Ma chi sono “loro”, i fortunati abitanti di queste isole equatoriali ?

E qui, sempre secondo il manuale del piccolo utopista, entrano in scena dei personaggi ibridi, con caratteristiche che ce li fanno immediatamente riconoscere come umani, frammiste ad altre caratteristiche sfacciatamente, spudoratamente “aliene”.

Dimostrazione.

“Sanno cucinare la carne e tutti gli altri cibi arrostiti e lessati nell’acqua”, “Venerano come divinità̀ ciò̀ che circonda tutte le cose, e il sole e in generale tutti i corpi celesti. Pescano una gran quantità̀ di varie specie di pesci, in diversi modi, e cacciano non pochi volatili. C’è, presso di loro, una gran quantità̀ di piante da frutto che vegetano spontaneamente, e crescono viti e olivi, dai quali traggono vino e olio in abbondanza”. “Le vesti se le fanno con certe canne che contengono una lanugine risplendente e morbida”, inoltre “è stabilito che in determinati giorni essi mangino talvolta pesce, talvolta carne di uccello, talvolta animali di terra, e altre volte olive e i cibi più frugali. Si rendono utili l’uno all’altro, vicendevolmente: alcuni pescano, altri si impegnano nell’artigianato, altri si occupano di altri mestieri utili, altri prestano servizi pubblici, a turno, tranne chi è ormai vecchio. Presso di loro nelle feste e nei conviti si recitano e si cantano inni ed encomi in onore degli dèi, soprattutto del sole, il cui nome hanno dato alle isole e a se stessi. Seppelliscono i morti quando la marea è bassa, interrandoli nella sabbia, cosicché́ quel luogo nell’alta marea sia di nuovo coperto da nuova sabbia

Insomma brava gente, frugale e laboriosa, anche di bell’aspetto, e nei confronti di Giambulo “si comportarono amabilmente “.

Però, però. Qualcosa di strano questi tipi c’è l’ hanno, eccome. Infatti “le loro ossa potevano curvarsi fino a un certo punto e di nuovo raddrizzarsi” (immagino non soffrissero di artrosi…), “le aperture delle orecchie erano molto più ampie delle nostre e le parti sporgenti sviluppate in modo da servire come valvole di chiusura“. (Se Diodoro Siculo vuole insinuare che gli isolani non sentivano quello che non volevano sentire, potrei rispondergli che fin lì ci arriviamo tranquillamente anche noi…)

Ma soprattutto, sentite un po’: “la lingua era doppia fino alla radice. Perciò erano molto versati nei linguaggi, (…) ma, cosa più̀ straordinaria di tutte, conversavano in contemporanea con due persone che avessero incontrato, rispondendo a domande e discorrendo in modo pertinente delle circostanze del momento: con una sezione della lingua parlavano con una persona, con l’altra allo stesso modo con la seconda”.

Apperò, nientemeno ! Chi ha una certa età non potrà fare a meno di pensare ai Visitors, mitica serie degli anni 80…

Questo meccanismo letterario, il doppio registro reale-fantastico, serve ovviamente ad indurre nel lettore quella sorta di sospensione dell’ incredulità utile fargli meglio accettare la parte di ingegneria sociale vera e propria.

Vediamo. Anzitutto “Vivono divisi in gruppi organizzati politicamente (systémata) e secondo la parentela, in aggregazioni che non superano le 400 unità.” Non siamo forse dalle parti dei falansteri di Foucault (primi dell’ 800) ?

E come si vive in questi systémata ? Più o meno come a Sparta, direi, o nella Repubblica di Platone. Pur essendo longevi (150 anni la loro vita media) “chi è storpio o, in generale, ha qualche menomazione fisica, lo costringono a togliersi la vita secondo una legge severa. È loro usanza vivere per un numero d’anni determinato e, dopo aver compiuto questo periodo di tempo, di propria spontanea volontà si uccidono”. Neanche a dirlo, “le donne non le sposano, ma le tengono in comune, e i figli così nati, allevandoli come se fossero di tutti, li amano tutti alla pari; e quando ancora non parlano, i fanciulli spesso cambiano nutrice, affinché le madri non riconoscano i propri” (Qui è Platone allo stato puro). Poi “In ciascun gruppo l’autorità, in un certo senso regale, spetta al più anziano, e tutti gli obbediscono. Quando egli, finiti i 150 anni, secondo la legge si uccide, gli succede il più anziano dopo di lui”. Ci sono almeno risparmiati i re filosofi e le caste…

Qual’ è il risultato finale di una tale organizzazione sociale ? Beh, che domande: “Perciò, dal momento che presso di loro non c’è alcuna rivalità, vivono sempre senza conoscere lotte intestine, e danno grande importanza alla concordia”.

Come volevasi dimostrare, sennò che utopia sarebbe ?

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5 Comments

  1. Tra tutte le utopie…questa sarebbe la migliore..

    “Perciò, dal momento che presso di loro non c’è alcuna rivalità, vivono sempre senza conoscere lotte intestine, e danno grande importanza alla concordia”.

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  2. Quanto a quello, tutte le utopie se lo pongono come obiettivo. Nella realtà poi il più delle volte si trasformano in film dell’orrore.
    In “Memoria del male, tentazione del bene”, Todorov fa vedere come al fondo di ogni totalitarismo ci sia proprio il sogno del paradiso in terra, la “tentazione del bene”, appunto.
    Già da queste due paginette di Diodoro uno può immaginarsi, all’ atto pratico, che piega prenderebbe una società in cui le mogli sono “beni comuni “, i figli te li portano via appena nati e quando arrivi ad una certa età, o anche prima in caso di handicap, devi “spontaneamente” toglierti la vita. Da brividi.

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