Harry Potter e la società

Dopo molti anni mi sono deciso a leggere uno dei libri più fortunati dei nostri tempi, la prima storia della saga del maghetto Harry Potter, e ho finalmente capito i motivi dello straordinario successo di questo romanzo.

Prima di tutto è accattivante lo stile, in cui si trovano, opportunamente aggiornati, lo humour dickensiano e la britannica arguzia di Jane Austen. La vicenda è condotta con abile giocosità fino al colpo di scena finale, in un crescendo di avventure assolutamente fantastiche, in un mondo di fiaba che non si piega mai (come nella tradizionale fiaba di magia) alle esigenze di un horror ancestrale.

Un contenitore e un contenuto, quindi, garbati e piacevoli, tali da assicurare il gradimento di grandi e piccoli lettori, senza controindicazioni.

Al di là di questi ovvi e superficiali motivi, troviamo però in Harry Potter molto di più, così da trasformare questo abile divertissement in una eccezionale testimonianza della realtà sociale e politica della nostra epoca.

Harry Potter esprime infatti i più profondi desideri della gente del nostro tempo. In lui s’incarna il mito della demoaristocrazia, la forma di potere che l’Occidente ha realizzato, l’illusione mitica delle nostre istituzioni democratiche, che in realtà di democratico hanno ben poco.

Nel sistema Harry Potter il mondo è diviso in due classi: i babbani, cioè la gente comune, e un’élite dotata di straordinarie abilità, rappresentata dai maghi. Il lettore è condotto prima a simpatizzare con Harry, poi a identificarsi con lui. In questo modo sogna di appartenere a quell’élite.

Harry è molto diverso da Peter Pan, in cui rivive il mito nostalgico di un’infanzia perduta, personaggio sostanzialmente immerso in un universo di sogno, in una realtà inesistente, che può combattere e vincere solo in quella realtà immaginaria. Peter Pan racconta l’elegia dei sognatori, incapaci di vivere e lottare nel mondo reale. Potter è invece l’eroe che combatte e vince anche nel mondo da cui proviene. La scuola di magia non rappresenta una fuga nell’irrealtà, ma una preparazione alle lotte che gli uomini dotati devono affrontare nella vita, tra le persone comuni, quelle normali, non provviste di abilità superiori, quelle che loro, gli eroi, hanno il compito di dominare.

Grazie all’abilità narrativa della Rowling, il lettore, soprattutto quello più giovane, immagina di essere anche lui uno dei maghi, sogna di entrare in qualche cerchio o giglio magico, nell’entourage della Bocconi, in qualche segreta società di eletti, di essere tra quelli che hanno avuto il privilegio di nascere nella grande mela o in casa di docenti universitari o magistrati, o professionisti di chiara fama, di statisti e premi Nobel, banchieri e billionari, calciatori e puttane di classe.

Sogna il lettore di apprendere le arti magiche, per convincere o meglio abbindolare con il suo personale carisma i poveri babbani, e non sa che invece, essendo nato babbano e avendo poche frecce al suo arco, non potrà mai accedere alla scuola dei maghi, non farà mai parte della sospirata élite, vivrà e morirà da uomo modesto, sarà cliente ed elettore, anziché leader o uomo di successo.

Perché questo è il nostro destino di babbani, quello di essere compratori di beni, elettori di leader, fan di artisti grandi o mediocri, e (prima o poi) pazienti e futuri occupanti (se lo si trova) di qualche loculo, sempre che non finiamo vittime di qualche abduzione aliena e scompariamo nel nulla.

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