I sotterranei di Gide

La prima cosa che si nota nel leggere Les caves du Vatican è lo stile sobrio e senza ostentazioni: una scrittura tranquilla, si direbbe da commedia. I personaggi, da Anthyme-Armand a Veronique a Beppo, sembrano più personaggi da opérà comique che da melodramma. Il tono, che ammette anche qualche divagazione in chiave tardo-romantica, non cambierà sino al cinico finale. La sotie, come l’autore definì questa sua creatura, è in realtà una composizione satirica, che (al di là di ogni definizione) ci appare come una rappresentazione ironica e scevra da moralismi di una società dominata dai giochi di potere di forze ideologicamente opposte, ma ugualmente abbarbicate a concezioni del mondo tradizionali e stantie.
Caricatura decisa ma non esasperata, tutto sommato realistica, questa di Gide, diversa dalle forme esageratamente grottesche che questo genere di racconto assumerà più tardi con Canetti, o da quelle oniriche e cupe che ritroviamo nel contemporaneo Kafka.
In questo quadro di opposti bigottismi, di imprevedibili rovesciamenti di campo, di assurde truffe, di strabilianti ingenuità, Gide inserisce una figura inquietante, ancora oggi straordinariamente attuale, quella del giovane Lafcadio Wluiki. In parte prodotto malato di una società amorale, in parte superuomo al di là del bene e del male, Lafcadio sperimenta su se stesso, privo com’è di riferimenti propri di un’educazione borghese o popolana, ma carico dei risentimenti caratteristici dei déracinés, di chi si sente escluso da un sentimento di appartenemza a una nazione, a una fede o a una classe sociale definita, la vita come azione, gratuita nel male come nel bene.
In quanti dei nostri assassini, quelli riconosciuti come tali, ma anche e forse più quelli assolti dalla giustizia, possiamo riconoscere un Lafcadio? Non ci servirà questo riferimento gidiano per comprendere le motivazioni reali di tanti fatti di cronaca nera, a volte inspiegabili sotto il profilo razionale oppure mascherati da motivazioni banali e insufficienti?
Uccidere o compiere atti riprovevoli o persino compiere un suicidio solamente per mettersi alla prova, per vedere se si ha il coraggio di farlo, oppure semplicemente per sfuggire alla noia di un’esistenza priva di scopo. Quanti si lasciano attrarre da una tale prospettiva? Quanti, al contrario, uccidono, combattono, precipitano nell’abisso dell’azione violenta, proprio per trovare quella motivazione che razionalmente la mente non riesce a scoprire?

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s